Parlano di Lui

ACQUABONA

Plinio Acquabona. Da “Ancona – Provincia”, novembre 1977Lettera aperta a…

Carissimo Raimondo,

che dire delle tue acqueforti così intime? La loro dimensione raccolta esprime l’ottica raffinata e poetica di chi, appunto nella piccolezza, riesce a mantenere vivo e diretto il rapporto con la realtà intera pur superandola. Il tuo è un rapporto naturalmente intuito ed espresso, e valido proprio per l’assenza della preoccupazione della dimensione in quanto presuppone che qualsiasi punto interno alla natura la richiami nella sua fisionomia spaziale. Non è per la quantità, ma per la qualità.

Cioè tu ami e rappresenti il momento che trova consonanza con il tuo spirito. Gli elementi che cogli sono anche simboli,e simboli antichi, capaci di un arcana e costante presenza metafisica, dei quali la tua scelta attualizza l’autenticità nel contesto di un modo di concepire l’arte che oggi tende a insistere sugli aspetti travolti – utili per capire – ma di certo meno durevoli degli altri all’esigenza spirituale di qualcosa di genuino che aiuti ad avvalorare la presenza dell’uomo e il suo bisogno di un appoggio per credere di più a se stesso e proporsi un’attenta revisione di sé su una base il più possibile riduttiva dell’arbitrio e della cedevolezza. È importante che sia implicitamente ammesso il proprio limite al quale è più prossimo l’illimite della capacità d’amore e di comprensione, matrice di ogni superamento concreto e non fauto.

In questa scelta interiore risiede la tua autonomia e la tua personalità. Non importa se alle tue spalle si scopra un certo versante stilistico generazionale, importa invece la tua angolazione calcolata, direi quella, nella grande aiola dell’arte grafica, del fiore sulla sua zolla personale. Eppure i tuoi segni, al fondo, esprimono anche inquietudine. E ciò significa che tutto si paga in maniera evidente. Tuttavia, per me, ha importanza la tua serenità resistente.

Respiro in te un’aria naturale di piante e di legni stagionati in sedi patriarcali pronte all’immediata ospitalità di chi si è inurbato in una civiltà inurbana e poi cerca rifugio in una matrice perduta, magari domenicale. E in tutto questo è la sicura mediazione di chi, poi, di tanto silenzio approfitta per stare con Dio. Nelle tue cose c’è il senso sapiente d’uno sguardo discreto che esprime il rispetto per il diverso ma che, con fermezza, predilige il proprio mondo. Nelle tue acqueforti c’è la presenza materna della terra il cui compito è quello di dare all’uomo dal filo d’erba all’albero e al pane per la missione creativa che si nutre di stagioni e non fa differenza tra le sue creature. Le tue immagini emanano la pace e il silenzio in cui il vertice dei pensieri s’assottiglia verso la luce della ragione tutta nella vita, senza pretesa all’infuori che quella di tacere nella propria umile gioia. Ma l’umiltà nella gioia, non fraintendermi, è il senso più alto della vita evangelica.

Grazie, dunque, per queste tue immagini pacate, tecnicamente giuste, finemente collocate in un grande spazio bianco, come diventa la gioia quando coinvolge i più alti pensieri.

 


 

ZONI

Marisa Zoni, Pesaro, Casa Rossini, luglio 1976

Raimondo Rossi non è un incisore, non è nemmeno musicista (l’avete mai sentito all’organo?) e non fa neanche l’insegnante sul serio. È bensì poeta e così libero negli strumenti da fare un giorno ceramica, un giorno musica, un giorno le “lastrine”. E fa tutto così in ombra da parere sempre in vacanza o al riparo di una parete mentre qualcuno discorre di lui. Capita nelle Marche di nascere in Paesi zeppi di ricordi e così ricchi da parere poveri e capita d’andare a scuola e studiare Lettere invece di Storia dell’Arte proprio come capita spesso di fare il farmacista invece del prete. Ci sono infine vocazioni caste, paesane e distillate negli anni come questa di Raimondo Rossi per l’incisione. Da dove nasce? Da una conchiglia, da una quercia, da una rosa nell’orto, da un fatto di morte da un piatto decorato o anche da un rapporto d’amore. Importante è la calma da cui nasce, l’equilibrio, la saggezza che sfuma in rassegnazione. Così minuti sono gli entusiasmi di Rossi e così improvvise e dettagliate le sue considerazioni.

Certamente è anche libertà, libertà di vivere a quota semplice dove un altro avrebbe già un altarino coi fronzoli, libertà anche per il futuro: e infatti Rossi non vi promette niente ma se gli capiterà di diventare ancora più bravo c’è il caso che la colpa sia una volta per tutte di Volponi, di Pasolini, da Matisse e di Rembrandt o forse anche soltanto di un maiolicaro durantino uscito improvvisamente col suo piatto (Livia Bella, Antonia Bella, E viva e viva el Duca de Urbino) da qualche crepa di muro.

 


 

LEONARDI

Corrado Leonardi, Urbania, dicembre 1976 Studi per un paesaggio

Chi ha vissuto la genesi artistica di Raimondo Rossi non trasecola per le ecletanze dei critici e le meraviglie dei professionisti dell’arte, ai primi incontri con la sua opera. A cavallo tra il ‘67 e il ‘68 avevo scritto di lui come un pittore ambivalente, in cui si ritrovano cieli schiaffeggiati, cicloniche terre contorte dalle viscere vulcaniche, accanto ad una pittura più pulita, una visione sfumata, accarezzata in un dolcissimo sogno. Era il momento in cui il pittore urbaniese usciva dopo una lunga silenziosa tessitura del suo bozzolo ed esprimeva con prorompente estrosità la sua entrée trionfale nel mondo ufficiale dell’arte. Oggi Raimondo si è liberato dal suo scalpito, talvolta bizzoso e soggetto alla fretta dell’estro, ed ha bisogno di soffermarsi e ritornare ai suoi pensieri, alle sue immaginazioni. Allora tutto si sinfonizza in una rotazione di visioni, talmente sfumate di colori e di poesia che senti il bisogno di socchiudere gli occhi e di rivedere e rivivere con la tua fantasia la sua.

Gli acquerelli che egli presenta sono una valida documentazione dell’ascesa del pittore, che ormai cammina a fianco degli autori affermati. Ma Raimondo ha un vantaggio su di loro: è un’acquarellista puro, che rigetta i trucchi del mestiere, i maquillages a base di cera e di olio, donandoci una creazione personale e una colorazione altamente trasparente e fusa al di fuori dei colori dell’iride. Per Raimondo ha scritto Costante Zoni, dicendogli a stampa che la sua opera è un “riscontro di affetti colorati”. Potrei pensare a un refuso tipografico, ‘affetti’ per ‘effetti’. Ma fa lo stesso. Gli acquerelli che Rossi esprime sono affetti ed effetti di colori accesi dal suo occhio trasognato.

 


 

VOLPINI

Valerio Volpini, Città del Vaticano, marzo 1981

Raimondo Rossi è straordinario, un “personaggio” nel senso migliore: uno di quelli che solo la santa periferia (quella non ancora sommersa dal livellamento dell’inciviltà contemporanea) sa esprimere. Amabile e perennemente svagato, capace di stupore e di amore, sempre fornito di supporti culturali,sempre curioso di ogni cosa che sia conoscenza e bellezza. Musicologo e disegnatore, ceramista (non poteva non esserlo dato che nasce e vive a Urbania – o come pronuncia lui: Urbenia), scrive poesie che stupiscono per semplicità e spessore lirico, pagine in prosa nitide e ineccepibili. Non mi stupisce se una volta o l’altra venisse fuori con sottili calcoli matematici o ipotesi di astronomia.

Anche la pittura è parte del suo linguaggio e del suo beato umanesimo, di questo suo interessarsi nella maniera più schietta e disinteressata. Guardate ora i suoi dipinti, i suoi acquerelli: capirete che l’intesa di Raimondo Rossi con quello che c’è intorno è, naturalmente, istintivamente, indirizzata all’essenza lirica, senza finzioni espressive, senza processi adulterati. Potrebbe essere un naïf o uno dei tanti imitatori delle scuole di imitazione più o meno moderne. Invece coglie con una privatissima esperienza espressiva il paesaggio e le cose: in quello che non le rende più effimere. E non per imitazione tradizionale, ma con una grande originalità, con il suo cuore di poeta. Anche gli angeli che plasma e colora da qualche anno non hanno somiglianze: nascono con una originalità folgorante, con la loro luce cangiante e irreale.

 


 

BUGIANI

Arrigo Bugiani, lettera del 4 marzo 1984

Caro mio Raimondo Rossi, chi ti può superare per generosità e per garbo? Ho ricevuto il messalino, bello, bellissimo per quel che ha di suo e, in più, bello per quel che hai aggiunto tu: figure che non passano di mente, certe addirittura teneramente conturbanti.
E poi della ceramica. La ceramica stupiva i raffinati ateniesi; figurati quanto questa ricevuta bellamente in dono stupisca il povero A.B. Il quale, a Follonica, andò per anni a rovistare nei giacimenti di scorie etrusche per raccogliere coccini buttati dai fornaciai che arrostirono in forni catalani in minerale di ferro arrivato sul litorale maremmano delle miniere dell’isola d’Elba.
Grazie; non dico altro.

 


 

MOSCI

Gastone Mosci, Urbino, 1986

LA VITA È FATTA DI…cose semplici, quotidiane: l’amore e i libri,le persone care e il tempo. Il calore cattura desideri e speranze. Ogni opera di Raimondo Rossi vive questa storia dell’uomo, vive la poesia. Dopo L’angelo del mondo, attendo di vedere e di toccare il Cristo degli uomini, una ceramica grande come l’attesa di quest’opera e di questa preghiera in terracotta. Rossi vive la sua passione d’uomo a contatto con la creazione: è la curiosità del cuore, degli occhi e della mano che guida la matita. Amo il graffio di Rossi sulla lastra di rame: è un’armonia di suono e di segno. Una invocazione alla bellezza. Come tutti i grandi artisti, anche Raimondo Rossi ha dei maestriche poi si sciolgono nel suo segno. Dico Barocci, Picasso, Fontana, Bartolini.

 


 

DANIA

Luigi Dania, Campofilone (AP), luglio 1988

Ed a canoni espressionistici si collega la serie di Angeli, galleria di messaggeri divini, oggettivati nella loro dimensione più intima, mentre stanno per prendere il volo verso l’immensità dei cieli o impongono la loro presenza, con le ampie ali spiegate, in un momento di siesta. L’immediatezza di fattura, la vibrante vitalità, riconducono in parte all’argomentare di Lucio Fontana – nel tempo in cui andava eseguendo i bozzetti per una delle porte del Duomo di Milano – ed al vivido lessico di Leoncillo Leonardi.

 


 

APA

Mariano Apa, aprile 1989

In mostra abbiamo disegni, terracotta, ceramica, sbalzi, lustri, incisioni: una miriade di tecniche per un unico scopo: fermare e acchiappare, liberare e far svolazzare le figure intrattenibili degli angeli. Se Cacciari giustamente vuole dentro la ricerca intellettuale cogliere le parole di Rilke assieme ai segni i Klee; se Licini ha voluto vedere negli angeli la premessa religiosa ad un alchemico androgino; Raimondo Rossi ci regala un angelo domestico, quotidiano, capace di dialogo e di aiuto: l’angelo che preghiamo la sera quando la sera mette paura, è l’angelo “custode” secondo una preghiera che difficilmente recitiamo, persi come siamo nella finta sicurezza che si è soli e fieri nella autonomia di camminare. L’angelo di Rossi ci ricorda che siamo “custoditi”, che siamo”retti”, che siamo “governati”.

L’orgoglio ci rende soli, la coscienza della solitudine ci fa sentire “figli”, e l’angelo è l’amico che ci accompagna. Tra figurazione e astrazione e riverberi di scomposizioni neo cubiste, la felice penna e il felice tagliare la creta, disegnano immagini dolci e tenui, morbide: e la creta sembra latte e miele a sgorgare dal nostro quotidiano urbano deserto.

 


 

ZONI

Costante Zoni, lettera del 3 dicembre 1990

...Ho sul tavolo la tua ultima ceramica, il bel vaso di Vittorio l’instancabile, dipinto su tre lati: un lato ha un viso addolorato e colpito (mi sembra un Cristo di Rouault, col colore colato in un orrore o dolore stupito); ma in un altro lato s’illumina di giallo un profilo di donna appena segnato o sognato, fino al lato di due volti innamorati, in una luce gialla molto intensa, mutuati da Chagall, ma passati al fuoco della Piccolpasso che li ha resi lucenti…

 


 

CICERONI

Fabio Ciceroni,1995

A definire Raimondo Rossi non basterà la tecnica – pur in lui raffinatissima – d’incisore; e neppure, per altro verso, il ricorso al personaggio. L’idea ch’egli incarna, nell’arte come vita così talmente partecipata, è quella di persona. Semplicemente e preziosamente. L’integra pienezza della sua umanità gli ha permesso di trarre succhi dalla sua terra, che ha acconsentito a farseli trafugare. E lui li ha raccolti con la delicata attitudine che si deve al mistero, come le linfe terrene sono potute fiorire in cielo grazie alla naturale vocazione, ch’egli ha estrema, a metamorfosare le cose in idee. A slontanare gli oggetti dai sensi per renderli alla loro essenza spirituale. E chissà che, nell’avvertito processo di deprivazione d’ogni scoria, anche Raimondo non subisca una trascolorazione angelica in umano sembiante? A ripercorrere trepidi la sua linea sintuosa e nitida da cui inspiegabilmente traspaiono immagini desiderate e sfuggenti, torna adeguato quel passo dal Cielo della luna (ove si allunga ancora l’ombra…):

Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,

tornano de’ nostri visi le postille…

La fresca purità della luce crea un clima di sospesa contemplazione, d’incantata meraviglia per l’essere che sta dietro il mondo e che la fenomenologia del mondo non riesce a disperdere. Infine questo ingenuo roussoviano risalente come i suoi angeli su per i più alti meandri del Metauro, ottiene il miracolo di una perpetua riflessione sul sogno e sulla pena di vivere: come se avesse imparato a farlo senza gli strumenti soliti dell’arte. E si servisse ormai soltanto della forza tranquilla del suo cuore. Dall’acquerello all’acquaforte, è un susseguirsi inquieto e sereno di spechi sembianti che l’acido insegue nella sua insinuante ricerca, che il colore adombra per far poi affiorare in segno di puro nitore. La scuola, ogni scuola, la pur limpida lezione della classicità urbinate è così profondamente sedimentata da apparire paradossalmente elusa da una compiuta liberazione interpretativa.

CUPPINI

Silvia Cuppini, Urbino, giugno 1995

Perchè Rouault non ha rappresentato gli angeli? Perchè nei cieli di Chagall si librano esseri senza peso? Perchè il mondo pittorico di Klee è popoloso di angeli come più tardi sarà quello di Licini? Con l’iconografia dell’angelo si entra nelle tematiche dell’arte contemporanea, bilanciata fra istanze realistiche e astratte. È molto probabile che Rouault non abbia dipinto o inciso angeli per i contenuti stessi del suo credo religioso che per lui era tutt’uno con la forma figurativa. Per lui l’essenzialità austera del Verbo incarnato non trovava espressione se non nell’uomo e nella sua parte più dolente, quella del clown, pertanto nulla dello spiritualismo mistico, fatto di creature evanescenti e luminose, di Gustave Moreau poteva restare nell’allievo.

Per l’ebreo Chagall lo spazio della pittura non deve corrispondere allo spazio reale. La mimesi, come doppio ed inganno dell’occhio e dei sensi, è proibita dalla sua tradizione culturale, allora la tela diventa un grande contenitore di tutti i sogni, i ricordi e le memorie e può essere letta in tutte le direzioni, in questo modo si sovvertono le regole della scrittura e non si contravvengono le leggi. Klee e Licini sovente, nella pittura e nel disegno, rappresentano veri e propri angeli, eredi, come corpi dotati di un apparato alare, della tradizione iconografica religiosa occidentale, ma ribelli e laici nei contenuti.

Assomigliano spesso a creature di un mondo virtuale che la fantascienza
ha reso attuali con l’aiuto degli effetti speciali. Sono collocati fra il basso e l’alto della tela o della carta, assicurando con la loro missione di messaggeri un ponte fra il finito e l’infinito.Gli angeli di Rossi sono diversi da questi, sono cordiali e confidenti, nascono al gran fuoco della ceramica o dall’acido dell’acquaforte, di dimensioni grandi e piccole, a bassorilievo o a tutto tondo. Per definirne la forma, l’argilla si arriccia come un panneggio barocco e si colora intensamente o si stende come lame sottili e si colora di bianco e oro come una statuina degli anni Trenta.

Nel primo caso la forma ripercorre le tracce dell’espressionismo di Leoncillo, nel secondo l’eleganza degli oggetti di Giò Ponti. Le ali sono sempre brevi, segno che gli angeli di Rossi hanno fermato il volo e sono in procinto di annunciare la buona novella o di trascorrere il loro tempo nella custodia dell’uomo che la pietà divina ha loro affidato. Contrariamente alle evanescenti figure della cultura simbolista, gli angeli di Raimondo Rossi sono concreti tanto da esprimere, come scrive Volpini, quei valori dell’astratto connessi alla loro immateriale natura e nello stesso tempo preannunciare addirittura gli esiti dell’arte di Fontana. Sono angeli biblici che, come quelli di Abramo, sono riconoscibili soltanto quando si allontanano da Mamre o sfiniscono l’uomo che oppone resistenza in una lotta lunga come una notte. Gli angeli di Rossi non sono quelli del sogno di Giacobbe, che scendono in frotta, ma sottolineano piuttosto la loro individualità, ammantati ognuno in una luce splendida di perfezione che è bellezza o la bellezza in assoluto.Se Rouault avesse dipinto gli angeli, forse avrebbero avuto il volto di quelli di Rossi.

 


 

MAIOLINO

Enzo Maiolino, Bordighera, lettera del 29 marzo 1999

… I tuoi “Angeli” mi hanno rivelato la tua gioia espressiva, soprattutto nel disegno e nell’incisione dove coesistono solidità costruttiva e ricchezza pittorica del segno…

 


 

FERMANI

Gaetano Fermani, giugno 2004

“Angeli sotto forma di fanciulle, ragazze sotto forma di angeli. Ma gli angeli non sono, per definizione, senza sesso?
Olio o disegno, ceramica o puntasecca, acquaforte o tempera, ovunque gli angeli di Raimondo Rossi hanno il volto femminile della bellezza.
Persino quando suona l’organo gli angeli aleggiano, presenze invisibili, ma reali, giovani e sorridenti, serene e delicate. Attenzione però alle apparenze, qualche volta ingannano.”


MAZZOLI

Raffaele Mazzoli, Pesaro, luglio 2004

La fortuna di incontrare Rembrandt me l’ha offerta Raimondo Rossi, prima con un “librone” che ho appena sfogliato, poi con questa rassegna di “mattonelle” di ceramica esposte al circolo Acli di Urbino. Ma la fortuna vera credo l’abbia avuta proprio lui. È stato conquistato dal “nero” delle acqueforti di Rembrandt, donde emergono e dove rifluiscono figure e personaggi, in un gioco ”bianco e nero” altamente drammatico, similmente alla funzione della luce nei dipinti. Come dice Giovanni Arpino”un vento non tempestoso ma sublime, in grado di sconvolgere la stessa armonia. Così inventa la luce, non come colore ma come valore.”

 


 

NARDUCCI

Mario Narducci

Personaggi come Raimondo Rossi sono fuori dal comune, e non perché vogliano imporsi in qualche modo come un’eccezione, ma perché sono “naturalmente” un’eccezione. Io lo conosco da qualche anno; in realtà non lo conosco affatto pienamente, perché ogni volta che mi ritrovo in sua compagnia egli mi mostra un lato nuovo della sua personalità, come una nuova tessera di un mosaico. Il fatto è che il mosaico che lo riguarda ancora non è compiuto e chissà quando lo sarà. Per avere un’idea, pallidissima, di chi è Raimondo Rossi, basta entrare nel suo studio a Urbania.

Un autentico bazar: ceramiche e incisioni opera del suo ingegno, ma anche pezzi di collezionismo e in mezzo a tutto un armonium, piccolo come quello delle Chiese di campagna che all’ora delle funzioni suonavano i sacrestani accompagnando la voce stridula e trascinata. Perché Raimondo Rossi è tutto questo e altro ancora: un artista poliedrico ed accentrino, il quale spazia nei mille campi della cultura con curiosità estrema. Egli dipinge, incide, manipola la ceramica come cera tra le mani, e poiché sono convinto che la velocità dell’esecuzione gli faccia sfuggire la creta tra le dita, egli la lascia andare come volo d’ali dal quale nascono gli angeli che popolano le sue opere che sono umane e celesti insieme: perché l’argilla pesa, ma il volo è leggero come l’anima.

E perché gli angeli raggiungano l’empireo, egli li accompagna con l’armonium dello studio, ma anche con l’organo della Cattedrale che suona magistralmente e sempre con lo stesso, veloce correre delle dita. Eppure per Raimondo l’arte non è tutto anche se è una buona fetta della vita. E’ l’amicizia che conta in primo luogo per lui, ma è attraverso questa che tu comprendi quanto importante sia l’arte. E allora ti avvedi a volte quanto conti il suo animo goliardico nei rapporti umani ed artistici. Egli guarda il mondo con curiosità. Ma ne è partecipe e distaccato, coinvolto e assente, appassionato e scettico. Ha insomma la saggezza dell’asceta e il gesto febbrile dell’impegnato. Con quella fetta di umiltà che spesso manca ad altri artisti e che lui possiede in abbondanza, Raimondo Rossi finisce col non prendersi troppo sul serio, dimostrandosi per questo di una serietà rara che lo porta a dare alle cose il valore che intrinsecamente meritano, non quello che assegna loro la convenienza o il mercato.

Trattare con Raimondo Rossi è come essere investiti da una ventata assennata di follia. Con lui si ha la ventura di riscoprire se stessi e il mondo; e tutto diventa più leggero perché ogni cosa si intride di speranza, che non è ottimismo ottuso, ma sapienza del tempo e del cuore. Se poi, come spesso capita, ti ritrovi “schizzato” in rapidi tratti in uno di quei cartoncini lucidi che egli ha sempre con sé, durante una conviviale, allora, tra le pieghe dei segni, t’avvedi che la vita è tutta da vivere, come il bianco che resta e che va colmato, giorno dopo giorno.